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15/10/07 RAGIONANDO SULLE PRIMARIE DEL PD
lunedì 15 ottobre 2007

ImagePiù di 3 milioni di persone hanno votato alle primarie del PD. Gli organizzatori, legittimamente e comprensibilmente, esprimono soddisfazione. Gli avversari politici pongono qualche distinguo, ma essenzialmente riconoscono il buon successo dell’iniziativa. Fin qui tutto ok.
Tuttavia, come accade quando la nebbia avvolge la navigazione, alto si leva il grido delle sirene più zelanti e molti tendono a seguirlo. Cosa dicono le zelanti sirene? Essenzialmente tre cose.
La prima: la partecipazione è salvifica.
La seconda: essa dimostra che l’antipolitica è una bufala.
La terza: i partiti rappresentano la società e quindi, nella loro gestione dello Stato, non fanno altro che dimostrare che “lo Stato siamo noi”.
Poiché ritengo che le sirene zelanti rappresentino solo dei travestimenti del totalitarismo, cercherò prima di contestare le tre affermazioni sopracitate e poi di analizzare un po’ più a fondo il significato del voto di ieri.
Per quanto riguarda le virtù salvifiche dei “bagni di folla democratici”, mi piace ricordare la risposta di un vero democratico come Pietro Nenni che, di fronte all’esaltazione di un dirigente di partito in una piazza colma di militanti, disse: “Sono molti di più quelli rimasti a casa”. Se 3 milioni e 300 mila sono tanti o pochi, infatti, dipende solo da giudizi soggettivi.
Sarebbero tanti se non ci fosse alle spalle un’organizzazione di quasi 1 milione di iscritti (tra DS e Margherita) che avevano il non impossibile compito di portare a votare meno di tre persone a testa.
Sarebbero pochi se li mettessimo impietosamente a confronto con gli oltre 5 milioni di telespettatori di Annozero o di altri talk show politici schierati a sinistra.
Insomma, tanti o pochi è una discussione sterile, ma che soprattutto lascia inalterato il quadro dei problemi che il ceto politico deve affrontare, se non vuole essere velocemente travolto dalle imprevedibili forme della cosiddetta “antipolitica”.
L’analisi della crisi politica italiana è molto chiara (in questa sede e nel nostro corso di formazione politica allo IULM, l’abbiamo descritta con precisione ed approfondimento). Essa si riassume nel ritardo di comprensione, da parte del ceto politico, delle trasformazioni avvenute nella nostra società, principalmente in ordine ai processi di individualizzazione, mediatizzazione, glocalizzazione e dissoluzione dello Stato-Nazione.
Alla luce di questa analisi dobbiamo giudicare le primarie del PD.
Se fossimo dei massimalisti (e non lo siamo), saremmo molto indispettiti dal successo delle primarie del PD. Infatti, in un’ottica massimalista di rinnovamento radicale del ceto politico, il successo delle primarie di ieri avrebbe l’unico significato di rallentare un determinismo inevitabile.
Tuttavia, poiché siamo riformisti (o gradualisti, possibilisti, realisti, o, comunque, responsabilmente ancorati all’inestetico “compromesso del fare”), pensiamo che una ulteriore accelerazione della crisi del ceto politico, rischi di  dare in mano il pallino politico a soggetti totalmente improvvisati ed inadeguati. Pur ritenendo assolutamente infondate le tre affermazioni delle sirene zelanti (la partecipazione è salvifica; l’antipolitica è una bufala; i partiti sono lo specchio della società), riteniamo che il film visto nel ’92 (quando il repentino azzeramento del ceto politico diede spazio al più pasticcione dei neofitismi) non sia oggi da riprogrammare. Come si sa, infatti, la storia si ripete come farsa e non è un caso che al posto dei suicidi di tangentopoli e della durezza di un movimento come la Lega di Bossi, oggi ci vengano proposti i politici che ballano al Billionaire e il comico Beppe Grillo come risposta.
Poiché, comunque la si pensi, tra Veltroni e Grillo poche persone responsabili sceglierebbero Grillo per un ruolo istituzionale, noi riteniamo che valga la pena rallegrarsi del fatto che il parto del PD non sia stato un aborto. Ma occorre avere ben chiaro che la partecipazione alle primarie, pur significativa, non è salvifica di nulla e, soprattutto, che la comprensione delle trasformazioni in atto, da parte del ceto politico, è ancora ben lontana dall’essere avvenuta.
Se Veltroni e i suoi collaboratori avranno l’umiltà di conoscere e capire le trasformazioni, recandosi molto al di fuori delle proprie “mura” relazionali, allora il PD potrà giocare un ruolo significativo nel tentativo di ricostruire sintonia tra ceto politico, potere decisionale e domande sociali. Altrimenti, sarà solo un piccolo episodio, apparentemente in controtendenza, rispetto ai determinismi che fanno la storia.

Alessandro Aleotti
Milania, 15 ottobre 2007

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Quote
No. 1 :
Analisi sempre lucida e interessante, la tua.Aggiungo una riflessione sulle ragioni che hanno spinto il doppio di persone ad andare a votare alle primarie per Prodi. Se,come credo, il motore più potente era l'insofferenza verso Berlusconi a spingere ad andare a votare,i cittadini hanno segnalato che la loro voglia di neutralizzare la politica avversa ha forza doppia rispetto al desiderio di progettarla in proprio. Almeno nel centro-sinistra dovremmo tenerne conto e lanciare progetti di Paese riducendo all'essenziale i tatticismi di partito
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No. 2 :
I candidati principali che abbiamo avuto a disposizione (Bindi, Veltroni e Letta) ricoprono dei ruoli istituzionali molto importanti (ministro, viceministro e sindaco di Roma).
Il fatto che non si discuta nè sulla compatibilità e nemmeno sulla
opportunità che chi è impegnato in una carica istituzionale rivolta a tutti si lanci in un'avventura di parte (partito) dimostra l'immaturità della società italiana.
Se il PD ottiene consensi potrei anche esserne contento, visti i recenti disastri dell'altra parte politica. Ma, analizzando meglio le cose, non dovremmo forse rattristarci per l'evidente deficit di democrazia che il PD rappresenta nel suo percorso fino a qui?
La sottovalutazione dell'importanza della "forma" consiste nel fatto che un Veltroni che piace come persona nasconde l'assurdità della propria posizione formale (un sindaco di Roma che lavora per diventare segretario di un partito).
Quando un intero paese non si ribella di fronte a questi spaventosi conflitti d'interesse all'interno delle istituzioni vuol dire che a livello di cultura politica c'è da fare ancora molta strada.
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 25 ottobre 2007 )
 
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