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La legge elettorale è oggi al centro dei pensieri della classe politica apparentemente più responsabile. La preoccupazione che il mantenimento di questa legge possa produrre un’ingovernabilità anche nel prossimo Parlamento, è la giustificazione addotta a questo forte interesse. Modificare la legge elettorale in direzione di una maggiore semplificazione orientata allo schema maggioritario (due partiti o due coalizioni poco estese), viene proposta come la ricetta dell’interesse generale che si contrappone all’egoismo autoreferenziale e ricattatorio dei piccoli partiti. Ma è veramente così? Io non credo. Sarebbe facile domandarsi demagogicamente se il problema degli italiani sia la legge elettorale. Certamente tutti risponderebbero di no, ma questa sarebbe – appunto – demagogia. La domanda che voglio porre è diversa. Si dice che la politica deve semplificarsi attraverso la riduzione del numero dei partiti. Vorrei che qualcuno mi spiegasse perché. Se ci sono più di quaranta partiti (che, fino a prova contraria, non sono ancora divenute bande criminali da sgominare), perché non tenerne conto? Se la società nel suo complesso (Grillo compreso) mostra ancora un interesse per la politica, perché volerla escludere attraverso una legge elettorale che conferisce tutto il “potere di nomina” a due sole oligarchie politiche? Una volta (da noi è successo poco più di 80 anni fa) quando alcuni soggetti (politici, economici, sociali) volevano imporre il proprio punto di vista al paese, senza perdere troppo tempo con il confronto politico, si abbatteva la democrazia formale e si passava alla dittatura. Oggi, questo meccanismo non è certamente realizzabile nelle stesse forme, tuttavia la tentazione non è certo scomparsa. Infatti, se si giunge ad un sistema politico fondato su due partiti che dicono sostanzialmente le stesse cose, allora il risultato di fuoriuscita dalla democrazia non cambia. Attenzione, può anche darsi che queste ricette comuni siano le migliori per i cittadini, ma senza un soggetto che vi si oppone, tecnicamente si esce dalla democrazia. Poi, si può anche discutere se la dialettica democratica sia ancora la migliore cornice da attribuire alla decisione politica (io, per esempio, sono convinto che a livello locale funzioni meglio la logica svizzera del “direttorio” rispetto alla nostra di “maggioranza vs opposizione”), ma qui il discorso si amplierebbe troppo… Proviamo a ragionare usando le categorie hegeliane della politica, cioè una tesi che si contrappone dialetticamente ad una antitesi per produrre una decisione di sintesi. Se qualcuno volesse controllare la sintesi bypassando il confronto politico tra tesi e antitesi, oggi non sarebbe più necessario “mettere fuorilegge” la tesi e l’antitesi, ma sarebbe sufficiente farle concordare sulle stesse proposte. Se la legge elettorale viene fatta per “escludere” alcuni, essa riflette solo l'autoreferenziale esigenza di sopravvivenza degli altri. E, se questi altri sono rappresentati solo da due soggetti politici a vocazione maggioritaria e convergenti nei programmi, la democrazia (soprattutto quella di un domani dove potranno emergere nuove idee divergenti a quelle dell'oggi) subisce una dura mutilazione. Badate bene, questa non vuole essere una difesa dei piccoli partiti, una buona parte dei quali rappresenta solo un espediente ricattatorio per arraffare qualche poltrona. Qui intendo difendere la “società aperta”, quella cioè che, anche in politica, deve vivere di uguali opportunità per tutti e che si deve anche porre il problema di garantire “quelli che verranno dopo”. Il problema è qui: la legge elettorale non può essere decisa da chi in essa vede solo lo strumento della propria autoperpetuazione, senza dare alcun peso all’esigenza che ha il sistema di restare “aperto”. Nessuno dubita che sia certamente giusto aprire un dibattito, in Parlamento e nel paese, su quale obiettivo debba raggiungere la legge elettorale (rappresentanza, governabilità, allargamento della democrazia partecipativa, selezione di classe dirigente legittimata anche dalla competenza, dal genere sessuale, etc…), tuttavia, una volta deciso l’obiettivo, occorre che la definizione di questa “regola del gioco” sia demandata a soggetti diversi dai giocatori in campo. Questa “rottura”, però, deve essere reale e non solo “formale”. Quindi non bisogna “nominare” un’authority di tecnici più o meno indipendenti, ma investire di questa responsabilità direttamente la carica più alta del paese. Se il Quirinale, grazie all'indipendenza che gli garantisce la Costituzione, potesse farsi carico di affrontare questo nodo politico, allora forse la nostra democrazia potrebbe tornare ad avere regole di gioco più “aperte” e, soprattutto, più in sintonia con un corpo sociale che oggi non si sente più rappresentato da partiti che ottengono voti ormai solo grazie al "tappo" monopolista che pongono sopra l’offerta politica.
Alessandro Aleotti Milania, 14 Novembre 2007
Quanta confusione per una esigenza legittima! "tot capita,tot sententia" il vero dramma della democrazia è la cattiva interpretazione delle sue funzioni essenziali e di quelle fittizie, secondarie.Hai voluto scomodare anche la dialettica hegeliana che esprimeva le esigenze di un secolo molto ,ma molto lontano dal nostro. E poi ci avviamo a far diventare luogo comune o formale anche l'aggettivo "aperto". Intanto fai un ragionamento su società o istituzione aperte. la problematica e gli strumenti concettuali epolitici diventano in modo rilevante diversi e enon sempre univoci.E poi basta ,ma veramente basta con il grimaldello che tutto risolve per ridurre o annullare il peso delle oligarchie.Ma noi non siamo una "oligarchia" privilegiata anche nel piccolo contesto del nostro spazio (aperto-chiuso !?) di democrazia oratoria e non deliberante. Forse bisognerebbe pensare aspazi di democrazia concretamente deliberativa.ma ci guardiamo intorno per vedere in che Italia viviamo.Viviamo purtroppo ancora nella altenativa Prodi-Berlusconi e voi vi perdete nei bizantinismi da basso impero della democrazia della minoranza. Sono molto arrabbiato e so che non è con la passione che se ne esce da quasta notra situazione tragica. per abundantiam cordis mauro |