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L’invettiva del titolo non si riferisce alla figura idealtipica dell’avvocato (garantista, un po’ affabulatore e fine ragionatore), ma agli avvocati in carne ed ossa. Gli avvocati, come uno sciame compatto e bellicoso di vespe, stanno determinando cambiamenti rilevanti – e tutti negativi – nelle nostre vite individuali. Sia che siedano in Parlamento a “inventare” norme di legge, sia che restino nei loro uffici a “venderci” un prodotto complicatissimo che dovrebbe semplicemente rispondere alla domanda “ho ragione o torto?”, gli avvocati incarnano una modificazione genetica della nostra società verso una tendenza, di origine statunitense, che mira a dare forma giuridica (cause, contrattualistiche ipertrofiche, proceduralismo burocratico) ad ogni relazione potenzialmente conflittuale presente nella nostra vita. Già arginare questa tendenza anglosassone è oltremodo arduo, ma nel nostro paese si aggiunge anche un utilizzo totalmente strabico e strumentale della norma giuridica che rende l’Italia un far west dove – alla fine – noi poveri pellerossa le prendiamo sempre dalle giacche blu o da banditi spesso travestiti da sceriffi. Lo strabismo nella considerazione della norma è l’elemento cruciale.Da una parte troviamo un mainstream cultural-politico che attribuisce alla norma una dimensione coincidente con un valore positivo. Questo mainstream ci induce a pensare che ciò che è vietato determini, non già una pena o una sanzione, ma un discredito etico e morale. Poiché pensiamo così, siamo tentati ad affidare alla norma la soluzione di ogni problema. Tuttavia, quando la norma, emanata sotto questa spinta cultural-politica, rotola nel campo della “comunità giuridica” (avvocati, giuristi, magistrati), essa viene maneggiata in una logica totalmente separata dall’idea di “diritto naturale” da cui la norma è stata ispirata. Per la comunità giuridica (con gli avvocati muscolarmente in testa) la norma è una semplice nota da apporre sullo spartito che definisce il linguaggio giuridico. Non c’è alcuna consapevolezza di questa mostruosità: con perfetta buona coscienza i giuristi insegnano questa mentalità ai loro studenti e ogni riferimento al principio di realtà (non uso, ovviamente, lo scivoloso termine di “verità”) è considerato un “fuor d’opera” fastidioso e inopportuno. Questo “strabismo” nel concepire le norme rende il diritto un elemento oggettivamente separato dal principio di realtà. Delle due l’una: o noi cittadini assumiamo un fiero “disincanto” rispetto al valore di “giustizia” che attribuiamo al diritto (con il rischio che una quota sempre crescente di persone si rivolga a “giustizie” più efficienti e affidabili poiché gestite con gli efficaci strumenti del denaro e della lupara), oppure la comunità giuridica prende almeno consapevolezza di questo quadro di progressivo allontanamento dal “diritto naturale”. E’, infatti, proprio l’esistenza di un contesto di questo tipo che fornisce cittadinanza a proposte surreali come quella di applicare ai processi in corso la disciplina del “processo breve”, generando un “chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto” che rende la giustizia italiana più casuale e inaffidabile di una vincita alla lotteria. Insomma, il problema non è solo Berlusconi che vuole (come farebbe qualunque miliardario) “comprare” la giustizia che lo riguarda, ma soprattutto chi è disposto con leggerezza a venderla, proprio perché in essa non è più rintracciabile alcun senso di collegamento con quel principio di realtà che nei cittadini definisce il concetto di “diritto naturale”. Milania, 26 novembre 2009
Autore in evidente stato di alterazione indotto da acido lisergico o simili. Tristezza. Che commento profondo e intelligente il precedente! .. e pensare che l'autore è stato chiamato a dirigere l'area legale della società di Expo 2015. Ah, siamo proprio messi bene ... |