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18/12/09 RAGIONEVOLI CONSIDERAZIONI SUL PRESENTE |
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venerdì 18 dicembre 2009 |
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In questi giorni si susseguono molti fatti eclatanti che rendono ancora più impellente la necessità di capire ciò che sta accadendo. Purtroppo, non ci sono segnali di comprensione che provengono dal circuito politico-mediatico. Compito di un think-tank è cercare di fornire chiavi di lettura, non per presunzione intellettuale, ma per specifica vocazione. Partiamo da una metafora: io non ho mai visto due filosofi che, confrontando tesi opposte, giungono alla violenza, mentre vedo tutti i giorni i politici che si confrontano brandendo esclusivamente la clava della violenza verbale. Questo accade non solo perché i filosofi sono generalmente più intelligenti e civili dei politici, ma perché la politica ha estirpato dal proprio discorso ogni riferimento al pensiero, restando solo ancorata ad un’identità da contrapporre senza alcuna mediazione culturale. Quindi, chiedere alla politica di abbassare i toni, è come chiedere ad un pesce di parlare per il solo fatto che lo vediamo aprire la bocca: una richiesta totalmente priva di senso. Abbassare i toni, infatti, non significa darsi un tono compito, ma capire ciò che la politica dimostra di non capire. La domanda è: perché accade questo? La risposta è: perché abbiamo un sistema politico ancora incardinato costituzionalmente su una “democrazia dei partiti” che non esiste più. La scomparsa dei partiti (oggi in Italia non esiste alcun partito che sia sostanzialmente democratico nel suo funzionamento) dentro un quadro costituzionale che continua a prevederli, conduce a due risultati. Il primo è quello che abbiamo sopra descritto, cioè il venir meno del pensiero che la struttura organizzata dei partiti produceva sia attraverso un innervamento capillare in tutti gli ambiti della società, sia attraverso un investimento reale verso gli intellettuali che avevano il compito di analizzare e interpretare le trasformazioni sociali. Il secondo risultato della scomparsa dei partiti è l’avvento di una dimensione pluto-autocratica nella selezione della classe dirigente. Chi è molto ricco fa politica (Berlusconi, Moratti, etc…), chi è un po’ ricco cerca disperatamente risorse per star seduto al tavolo della video-politica (la vicenda di Prosperini è emblematica) e l’unica possibilità per chi non è ricco è tentare servilmente di entrare nelle corti ristrette di coloro che si sono impossessati dei partiti privandoli di democrazia reale. Quali soluzioni dovrebbero essere messe in campo per riportare il sistema politico alla sua fisiologia democratica? Ci sono due soluzioni immaginabili. La prima è corretta ma velleitaria e prevede, nel rispetto del dettato costituzionale, di rianimare il corpo esangue del sistema partitico. Purtroppo, però, i partiti sono morti storicamente (non solo in Italia) e non ci sono le condizioni sociali per resuscitarli, quindi ogni tentativo di ridemocraticizzare e rivitalizzare il sistema partitico è destinato – al di là delle buone intenzioni e volontà – ad un inesorabile fallimento (peraltro facilmente dimostrabile in una trattazione meno sintetica). La seconda, invece, prevede di ridefinire il quadro politico previsto dalla Costituzione in una dimensione di democrazia fondata sugli individui e non sui partiti. Questa strada è, ragionevolmente, l’unica che possa riportare una fisiologia democratica nel nostro paese. I contenuti di questo cambiamento richiedono, ovviamente, una trattazione ampia e articolata, ma possiamo descriverli sinteticamente con uno slogan: “dalla democrazia pluto-autocratica alla democrazia anarco-liberale”. Naturalmente, con “anarchia” non intendiamo nulla che abbia a che fare con i quattro dementi bombaroli che si autodefiniscono anarchici, ma ci riferiamo alle teorizzazioni di libera associazione e di centralità politica dell’individuo proprie del pensiero politico di Proudhon, Bakunin e Stirner, oltre che di ampi filoni del pensiero liberale. Insomma, l’analisi e le soluzioni ci sono, basta saperle cercare e capire. La politica può continuare nel suo agire privo di pensiero, ma in tal caso – alla stregua di un fagiano – verrà sempre impallinata dai cacciatori che brandiscono le armi della legge, del denaro, dei media, della religione, etc. Milania, 18 dicembre 2009
Caro Alessandro, le tue considerazioni sono come sempre intelligenti, pertinenti e mettono in movimento i neuroni. Al quadro desolante che tu proponi per il prossimo futuro delle democrazie nate dal principio “Un uomo, un voto” aggiungerei un elemento. C’è una terza via – almeno lo credo ancora – tra la riedizione dei partiti “pesanti” classici e l’anarchismo-liberale che proponi. Ovvero che i corpi sociali intermedi prendano coscienza della loro soggettività politica e la trasformino direttamente e senza mediazioni in rappresentanza istituzionale. Mi ricordo il partito di Labor e delle Acli negli anni ’70 e il Movimento Popolare negli anni ’80. Forse è giunto il momento che i sindacati, il mondo cattolico, l’associazionismo laico-liberale prendano iniziative analoghe e vadano a surrogare i partiti tradizionali o almeno a temperare la loro deriva populista e autoreferenziale. Altrimenti l’influenza dei media alla lunga soffocherà ogni impulso vitale proveniente dai singoli: “Guai all’uomo solo” dice la Bibbia.
Innanzitutto auguri. Riguardo alla sua analisi avrei qualcosa da ridire. Ovviamente i miei rilievi non sono rivolta alla persona ma all'analisi. Da amante delle politica e da laureato in comunicazione mi permetto di farLe notare quanto segue: 1. i fatti di Milano, seppur gravi e da condannare, sono stati, come sempre più spesso accade, strumentalizzati dalle varie fazioni. Si cerca, cioè, sempre di "buttarla" in una sorta di referendum pro o contro. Ha fatto caso che nessuno ha cercato di abbassare veramente i toni? Chi, dopo aver condannato il gesto, ha detto che era il frutto di un clima di odio causato da giornali e da campagne dei media contro; chi ha detto che la colpa è sua che provoca continuamente. Quindi, si procede in un continuo "o con me o contro di me". 2. Ha ragione quando dice che i partiti non esercitano più la loro storica funzione, ma ha torto quando accenna al perchè. I partiti non esercitano più la loro funzione perchè da quindici anni è stato introdotto un "sistema" politico, che a torto o a ragione, ha cambiato la società. Ma l'ha cambiata senza una adeguata preparazione. Mi spiego meglio. La logica dominante, in ogni campo, oggi, è "l'apparire a prescindere dalle competenze" (vale in tv, vale sui posti di lavoro, vale in politica, ecc.). Questo da cosa nasce? Semplicemente dalla logica della pubblicità commerciale "bene o male purchè se ne parli". Se questa logica la spostiamo in politica cosa otteniamo? In prevalenza "yes man". Cioè, voglio dire, che l'attuale classe dirigente, con rarissime eccezioni, è figlia della logica del "rappresentate aziendale": devo far vedere al capo quanto sono bravo, efficiente ed ubbidiente, così ottengo dei benifici personali. Altra stortura è data dal cattivo e semplicistico utilizzo dei media(non si fa differenza tra il linguaggio di un mezzo e un altro, si usa sempre lo stesso). Ovviamente la logica dello "servo" è ampiamente diffusa nei media, se vuole, perchè fa comodo e fa ottenere "i benefici" sperati. 3. Le sue proposte non sono assurde, sono impossibili viste le attuali generazioni. Prenda la televisione, dia uno sguardo ai programmi e avrà la conferma di quanto ho appena affermato. La generazione dopo la mia (ho 30 anni), gli attuali 15-20 enni, sono una massa informe priva di ideali o principi, e chi ce li ha è portato ad eccedere in uno pseudo-scimmiottamento dei movimenti giovanili anni 70. Provi a "scavare" sotto le frasi fatte e gli slogan (altra peculiarità dell'attuale politica:slogan privi di reali contenuti), vedrà il loro spaesamento (glielo dico perchè mi capita di verificarlo quando li interrogo all'Università, sono cultore della materia di semiotica e di linguaggio radiotv e cinematografico). Ritornando alla tv, dia uno sguardo ai programmi di MTV o ai vari reality, ma se vuole anche ai quizzettini. 4. Sulla Costituzione, concordo, ma Le chiedo, quanti la conoscono o quanti l'hanno mai letta? Vittorio Zincone, su Sette, chiede sempre alla fine della settimanale intervista al personaggio di turno, quanto costa un pacco di latte, i confini ... e quanti articoli ha la nostra Costituzione o quanti anni ha la nostra Costituzione, escludendo qualche parlamentare, nessuno lo sa, io lo trovo gravissimo. Ma sarò io strano. Auguri.Analisi e propositi ampiamente condivisibili. Due sono gli ostacoli che a me paiono per il momento insormontabili: quale forma organizzativa far assumere alla rappresentanza democratica e, soprattutto, come sconfiggere la società dello spettacolo televisiva ormai fattasi istituzione totale autoreferenziale (le teorizzazioni di Castells sulla vitalità politica della rete non mi convincono). Buone feste. Cari amici, vedo che si sta creando uno stimolante dibattito che, perché no, potremmo riprodurre in una serata dal vivo dopo le feste. Considero ottima la riflessione di Bergamaschi, di cui si percepisce l'influsso bassettiano di democrazia funzionale. Quella indicata da Bergamaschi e' una strada possibile, ma credo anche molto difficile, soprattutto considerando la crisi evidente in cui versano i corpi intermedi di tipo associativo. A meno che non si voglia pensare alla politicizzazione di realtà esclusivamente vocazionali, ma attenzione perché in quel caso ci troveremo, non solo con partiti fideistico-religiosi, ma anche con il partito degli ultras, o quello dei seguaci del Gf. A quel punto sarebbe meglio non cambiare nulla... Io credo che in una società atomizzata, l'unico sollievo possa venire da una reale centralità dell'individuo. Certo, la Chiesa (istituzione perenne) non sarebbe favorevole, ma poi (consapevole della sua sopravvivenza storica) si adatterebbe, come sempre ha fatto, ad ogni mutamento. Non condivido molto la riflessione di Agostino, anche se contiene spunti empirici di verità. Zanaria tocca due punti essenziali: per quanto riguarda la rappresentanza, ovviamente una democrazia degli individui prevede una forte diminuzione del potere di delega e quindi della rappresentanza che, in ogni caso, va ricondotta alle leadership naturali esistenti nelle comunità di pratica sociali; mentre la società dello spettacolo, cioè la mediatizzazione, è un'insidia che, tuttavia, non possiamo pensare retroceda o si annulli spontaneamente. L'unica possibilità è consapevolizzare le persone della ontologica distinzione tra vissuto e rappresentato. Mi auguro che questo buon dibattito continui |
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 08 gennaio 2010 )
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