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Ancora una volta le vacanze hanno messo a nudo la questione dell’identità cittadina. Chi sono i milanesi? Dal lunedì al venerdì non abbiamo alcun problema a rispondere a questa domanda: siamo, infatti, ciò che facciamo, cioè la molteplicità di attività su cui siamo impegnati per professione, passione o vocazione. Ma quando arrivano le vacanze la nostra identità entra in crisi. Non possiamo più essere ciò che facciamo (essendo la vacanza un tempo ufficialmente consacrato al “non fare”), ma non riusciamo più a ritrovare un’identità nella nostra comunità territoriale e così scappiamo. La “fuga dalla città”, ogni fine settimana e nelle grandi vacanze natalizie e agostane, è la cartina di tornasole della perdita di identità della città. Quando Milano smette di lavorare, la popolazione attiva non si vuole riconoscere in una città che si identifica prevalentemente nelle paure dei vecchi e nelle facce degli immigrati extracomunitari. Questa “fuga” non rappresenta un bisogno o un sollievo, ma semplicemente un non volersi riconoscere in una città che non ha un progetto per il suo futuro. Purtroppo, però, questa “fuga”, oltre a non apportare particolari benefici a chi scappa, rende impossibile immaginare il futuro della comunità che rende viva la città. Che fare? La soluzione più semplice sarebbe “lavorare sempre”, rompendo l’ormai inutilizzabile distinzione tra lavoro e vacanza, visto che la società in cui viviamo ormai tende ad estendere la funzione lavorativa verso un dopolavoro consumistico inteso come “servizio sociale obbligatorio”. Tuttavia, questa rottura – seppur totalmente vera sul piano storico – non può incarnarsi in strategie pubbliche, poiché ci troveremmo di fronte alla paradossale scelta tra una “vacanza lavorante” e un “lavoro vacanziero”. Fuori dal paradosso, la strada possibile è quella di intensificare l’utilizzo degli asset di capitale fisso della città che restano inerti durante le vacanze e i fine settimana. Se, a partire dagli amministratori pubblici, si programmasse un uso intensivo della città durante le sue pause, ecco che un senso collettivo di comunità tornerebbe ad affiorare. Come si fa? Per cominciare bisogna riempire i vuoti, non solo di svaghi, ma soprattutto di momenti intensi. Dedicare le vacanze e i fine settimana ad un una sorta di “messa civile” che si materializzi nell’uso libero e condiviso degli spazi della città, siano essi scuole, uffici, luoghi di lavoro, cultura e svago. Insomma, inventare “stati generali” in cui si immagini il nostro futuro in tutti i momenti di pausa lavorativa della città. Se vogliamo coinvolgere i cittadini ad un progetto di costruzione dell’identità futura della città dobbiamo fare questo, altrimenti continueremo ad essere calpestati dallo svolgersi degli avvenimenti, senza aver nemmeno minimamente sfiorato la possibilità di “fare la nostra storia”. Milania, 8 gennaio 2010
La riflessione che viene suggerità sulla città come luogo dove alberga (o dovrebbe albergare) la nostra indentità e la nostra consapevolezza è interessante, stimolante e assai suggestiva. Complimenti! Sempre utili gli spunti che offre milania. Complimenti per questa brillante analisi applicabile a molte altri centri urbani, che ogni giorno somigliano sempre più a dormitori. Credo che il lavoro che state svolgendo attraverso il sito sia davvero stimolante per i vostri potenziali lettori. Io sono il responsabile della regione Lombardia per il progetto di libera informazione Net1News, e mi piacerebbe molto se anche milania entrasse a farne parte. Proprio per questo vi ho spedito via mail maggiori dettagli. Spero riusciate a darci un'occhiata e dirmi cosa ne pensate. Grazie dell'attenzione Tommaso |