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26/2/10 RITESSERE LA TRAMA DI UN CETO POLITICO SFILACCIATO
venerdì 26 febbraio 2010

ImageChi legge queste righe è, probabilmente, un “addetto ai lavori” del circuito politico-mediatico e, quindi, certamente conoscerà personalmente alcuni esponenti della politica milanese. Tuttavia, recandoci in un qualunque luogo  “normale” della città (che so, il vagone della metropolitana, il secondo anello di San Siro o un qualunque ufficio aziendale) la percentuale di persone che conosce direttamente un uomo politico praticamente si azzera. Questo fatto dipende, in larghissima parte, dall’azzeramento delle filiere reali della politica: i partiti, i sindacati, le associazioni collaterali di tipo culturale e sportivo, etc… Insomma, il ceto politico è scomparso dal legame reale con la società, poiché sono scomparse quelle cinghie di trasmissione che lo legavano al corpo sociale. Di fronte a questa trasformazione, il ceto politico si è convinto che l’unica maniera possibile di “rientrare nella società” fosse occupare stabilmente le superfici del racconto sociale, (cioè i media) partendo dalla televisione. Questo passaggio non ha certamente risolto il problema dello scollamento dal corpo sociale, anzi potremmo dire che lo ha aggravato.  I motivi di questo peggioramento sono due:  innanzitutto i media raccontano le patologie e non le fisiologie sociali e, in secondo luogo, ognuno di essi comunica  in una logica universalista, ma si rivolge ad una frazione molto esigua dell’aggregato sociale.

Svolgiamo queste due considerazioni sul concreto caso milanese. I politici fanno letteralmente a gara per essere riportati dal Corriere e per bivaccare a tutte le ore negli studi delle emittenti locali. I temi di cui parlano non vengono scelti da loro, ma dai giornalisti che, naturalmente, sanno bene che se un cane morde un uomo non c’è la notizia, ma se si verifica il contrario (evento molto raro) si può fare giornalismo sulla carta e in tv. La priorità di questa dimensione “notiziabile” impone alla politica un’agenda tematica epifenomenica ( l’estremismo islamico, i Rom, le tangenti, le depravazioni sessuali, etc…) a scapito della fenomenologia sociale (il traffico, lo stress, la burocrazia, le paure sociali, etc…). Accettando questa impostazione, il ceto politico si condanna a rendere evidente la sua estraneità sociale e, quindi, la sua sostanziale inutilità. Inoltre (come se questo non bastasse), i media, pur ponendosi dentro una retorica universale tipica dell’urbi et orbi papale, sono costituiti da una molteplicità di soggetti  ognuno dei quali si rivolge a una fascia molto limitata di persone. Teniamo presente che l’insieme dei quotidiani viene letto da dieci persone su cento e il Corriere da due persone su cento (a Milano cinque);  mentre un talk-show politico ordinario viene visto da quattro persone su cento su Rai e Mediaset e, se su una primaria tv locale, da meno di un milanese su cento. Il fatto che i politici conformino la propria identità ad una percentuale così limitata della popolazione, li rende sostanzialmente “prigionieri” di quei pensieri banali che loro stessi dovrebbero riuscire a confutare per rendersi sintonici con l’enorme maggioranza della popolazione che, in quel momento, non li sta né leggendo, né guardando in tv. 

Insomma, la linea di sopravvivenza della politica fondata sul tentativo di rinsaldarsi con la società attraverso i media è tecnicamente destituita di ogni fondamento logico. Dove trovare una strategia alternativa? Probabilmente, uno spazio di riflessione utile è quello che presuppone di “uccidere Gramsci” e con lui ogni tentativo di raggiungere un’egemonia culturale utilizzando i media, per entrare, viceversa,  in una logica di affinità con i singoli elementi che compongono il mosaico sociale. Inoltre, sarebbe fondamentale uscire da quella  reductio ad unum che vincola la politica ad un antistorico personalismo delle leadership,  per adottare una “identità di squadra” che stimoli la cooperazione tra gli individui senza ritornare necessariamente alla ormai usurata retorica “collettiva”. Fondare la politica su una dimensione reticolare e non più vincolata alla verticalità delle leadership, potrebbe rappresentare una efficace via d’uscita per l’impasse dentro cui il ceto politico è precipitato in quest’Italia sepolta dalle macerie del ‘900. Milano, da sempre avanguardia del cambiamento politico, potrebbe essere un buon laboratorio per questo tentativo. Il pensiero è a disposizione, bisogna capire se c’è la volontà del ceto politico.  

 

Milania, 26 febbraio 2010
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 05 marzo 2010 )
 
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