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4/05/2010 LO STATO SI E’ ROTTO, IL PAESE ANCORA NO
martedì 04 maggio 2010

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La politica italiana continua ad avvitarsi intorno a schermaglie prive di visione che riempiono l’agenda politico-mediatica, ma che restano molto lontane dalle nostre esigenze reali: dall’incomprensibile pretesa di Fini di costruire una destra “moderna” (o inglese, francese o in qualunque altro stile come se si trattasse di scegliere un vestito e non di rispondere a bisogni presenti nel nostro paese), alle dimissioni di Scajola come omaggio ad una retorica convenzionale che rifiuta ostinatamente la riflessione sul ruolo del ceto politico oggi (ed è da questa mancata riflessione che nasce l’alternativa, nella mente della giovane Noemi, tra “velina” o “politico”), per non dimenticare i velleitarismi che avvolgono la sinistra nell’illusione che la mano pubblica (cioè il welfare, il salvataggio di imprese non autosufficienti, la creazione artificiale di lavoro, etc…) possa risolvere problemi che affondano le radici proprio nel mantenimento di una prospettiva statual-centralista.

Insomma, occorre dirlo chiaro: se è pur vero che la Lega possiede anche un proprio profilo valoriale costituito da chiusure etniche, fobie per la diversità e suggestioni panreligiose, tuttavia la domanda di autogoverno che – come unico soggetto politico del paese – lei rivendica, è totalmente vera, giusta, necessaria e ormai imprescindibile. Pensare che il consenso leghista provenga dal profilo valoriale etnofobico significa prendere fischi per fiaschi: depurata dalla domanda di autogoverno (autonomia, federalismo, secessione o come la vogliamo chiamare) la Lega raccoglierebbe essenzialmente  i voti di un partito di destra xenofoba, cioè quelli che prende oggi Storace. E’ venuto il momento che tutti i soggetti politici (a cominciare dal PD) rifondino la propria agenda programmatica a partire dall’esigenza di autogoverno: un’esigenza che è chiaramente esplicitata nei vissuti degli italiani del centro nord, ma che esiste (seppur in forme diverse) anche in quelli del centro sud.

Occorre capire che questa esigenza di autogoverno deriva dalle modificazioni strutturali che la globalizzazione ha determinato nella nostra condizione esistenziale e non ha quasi nulla a che fare con le dinamiche politico-valoriali, se non per fasce marginali di nazionalismo fideistico. Sul piano reale, la nostra statualità è unanimemente percepita come una macchina da rottamare, mentre sul piano simbolico, salvo forse durante le partite della nazionale di calcio, nessuno (a parte qualche muscolare paracadutista con la testa rasata ) la tiene in alcuna considerazione nel proprio vissuto. O vogliamo credere il contrario? O pensiamo che qualche persona normale sia ancora disponibile – come i nostri nonni e bisnonni – a morire per la bandiera o per conquistare un lembo di terra straniera?

Se la politica non capisce questo dato elementare, si condanna ad una sconnessione sempre più forte dalla vita dei cittadini. Già ora quattro italiani su dieci (sostanzialmente i più disincantati) si astengono stabilmente dal voto e, tra quelli che ancora si recano alle urne, una buona parte sceglie la Lega, cioè l’unico partito che ha capito che, dopo centocinquanta anni, l’Italia si è definitivamente rotta.

 

In definitiva, mi pare che la questione politica assuma contorni molto chiari: trovare le forme di una nuova statualità (e non di nuovi stati-nazione)fondata sull’autogoverno dei territori e sul recupero di autonomia dei cittadini è l’unica cosa utile di cui la politica dovrebbe occuparsi oggi in Italia. Altrimenti, la storia ci insegna che i Balcani sono vicini.

 

Milania, 4 maggio 2010

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Per aspirare all\'autogoverno senza ricadere nel (piuttosto che federalismo) feudalesimo occorre definire intanto i diritti di cittadinanza: io sono cittadino del comune, della provincia, della regione, dello stato, dell\'europa, del mondo. Ho diritto di voto per ciascuno di questi livelli (tranne l\'ultimo) dai quali mi aspetto funzioni definite a fronte di un\'adeguata tassazione. I confini hanno ancora una validità ma non sono barriere bensì contenitori nei quali misurare democraticamente il grado di soddisfazione dei cittadini (semmai da ottimizzare, contro ad es. la proliferazione di province inutili e la polverizzazione dei comuni). E se la soluzione, come l\'uovo di Colombo, stia dentro il tanto vituperato nuovo Titolo V° della vigente Costituzione, e precisamente nei principi di sussidiarietà (verticale), adeguatezza e differenziazione di cui all\'art. 118 comma primo?
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 02 luglio 2010 )
 
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